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Full text of "La rediviva; tragedia lirica in un prologo e tre atti"

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TRAGEDIA  LIRICI 

IR  UN  PROLOGO  E    1  ATTI 

POESIA 
MUSICA 

DEL  MAESTRO  PAOLO  CAREER 

DA  RAPPRESENTARSI 

AL  TEATRO  GARGANO 

clL   i  85  5-5  6 


MILAIVO 

TIPOGRAFIA   DI   ALESSANDRO  LOMBARDI 
Contrada  dc'Fiorì  Oscuri^  w.  1547 

1855 


Si  diffidano  i  signori  Libraj  ed  Editori  a  non  ri- 
stampare il  presente  Melodramma  tanto  nella  sua  in- 
tegrità quanto  in  parte,  essendo  posto  sotto  la  salva- 
guardia delle  vigenti  Leggi  sulla  proprietà  Artistico- 
Letteraria. 


3 


PERSONAGGI. 


ATTORI. 


Giorgio  di  Garretti  Sig. 
Matilde  di  La  Faille  amante 

di  Giorgio,  e  poi  sposa  del  m 
Conte  di  Montgeron  w 
Il  Maresciallo  di  Richelieu  » 
Sofia  diGarran  madre  di  Giorgio  n 
Luigi  vecchio  domestico  della  casa 

di  La  Faille  n 
Marianna  ancella  di  Sofia  « 
Bassompierre  cavaliere  di  Corte 

ed  amico  di  Montgeron  n 
Un  Albergatore  » 


Giorgio  Stigelli. 

Luigia  Donali. 
Luigi  Spellimi. 
G.  B.  Antonucci. 
Lucia  Viale. 

Alessandro  Trabattoni. 
Giuseppina  Bernardi, 

Enrico  Rossi. 
Giovanni  Loda. 


CORI. 

v 

Cavalieri  e  Dame  di  Corte, 
Contadini  e  Contadine,  Vassali  del  Conte  di  Montgeron, 
Cacciatori ,  Popolani  e  Popolane. 


COMPARSE. 

Grandi  del  Regno,  Dame,  Cavalieri,  Paggi, 
Guardie,  Moschettieri  del  Re,  Araldi,  Vessilliferi,  Tubbatoriy 
Popolani  e  Popolane,  Un  fanciullo  di  quattro  anni, 
Un  Corriere. 


La  Scena  è  in  Francia.  Epoca,  sotto  Richelieu. 
«  /  versi  virgolati  si  omettono  per  brevità.  m 
Le  Scene  sono  dipinte  dal  sig.  Carlo  Sala. 


a 


Impresa  Casati  e  Simoni. 

Coreografo  e  Compositore  dei  Ballabili,  sig.  F.  Villa. 
Prima  Ballerina  di  rango  francese,  sig.  Enrichetta  Giustetti. 
Primo  Ballerino  di  rango  francese,  sig.  Giuseppe  Ramacini. 
Prima  Ballerina  di  rango  italiano,  sig.  Giulietta  Forgoni. 

Prime  Ballerine,  signore: 
Sevcrina  Zuccoli ,  Claudina  Pioppi,  Adelaide  Valsecchi, 
Elisa  Spinz  9  Paolina  Righi. 

Primo  Violino  e  Direttore  d'Orchestra,  sig.  Nicola  Bassi. 
Violino  di  spalla,  sig.  Pietro  Cortesi. 
Primo  Violoncello,  sig.  Enrico  Piatti. 
Primo  dei  Secondi,  sig.  Antonio  Truffi. 
Prima  Viola  ,  sig.  Pietro  Colombo. 
Contrabasso  al  Cembalo,  sig.  Vincenzo  Petrali. 
Primo  Flauto  ,  sig.  Francesco  Pizzi. 

Primo  Oboe,  sig.  Giacomo  Bogani. 
Primo  Clarino  ,  sig.  Luigi  Sassella. 
Primo  Fagotto ,  sig.  Valentino  Maggi. 

Prima  Tromba,  sig.  Rollando. 
Primo  Corno,  sig.  Gaetano  Sancassan. 
Primo  Trombone,  sig.  Carlo  Boucher. 
Arpa,  sig.  Angelo  Bovio.     Timpani,  sig.  Baracchi. 

Banda,  diretta  dal  sig.  Maestro  Gustavo  Rossori. 
Maestro  concertatore,  sig.  Vincenzo  Petrali, 
Maestro  dei  Cori ,  sig.  Giuseppe  Garzoni. 

Suggeritore,  sig.  Baldassare  Radice. 

Vestiarista,  sig.  Leonardo  Mazzini. 
Attrezzista,  sig.  G.  Croce  e  C. 
Macchinista ,  sig.  Giuseppe  Spinelli. 


PROLOGO 

-o-o<X3EXX^^- 

SCENA  PRIMA. 

Vasta  campagna  —  A  diritta  una  parte  del  castello  di  la 
Faille,  che  si  vede  dall'esterno,  con  una  gran  porta  sor- 
montata dallo  stemma  gentilizio.  A  sinistra  una  folta  bo- 
scaglia. Più  sopra  ,  in  fondo  ,  la  metà  di  un  ponte  di 
pietra  praticabile ,  sotto  cui  passa  un  fiume.  In  lonta- 
nanza alberi ,  colline ,  e  qualche  edificio.  Si  avvicina  la 
sera,  ed  a  suo  tempo  sorge  la  luna. 

Al  levar  della  tenda  si  odono  molto  lontano  suoni  di  corni 
da  caccia,  e  voci  di  cacciatori,  che  a  poco  a  poco  si  vari 
facendo  più  distinte,  finché  poi  gradatamente  si  allonta- 
nano, e  si  perdono  del  tutto. 

Durante  il  coro  interno  traversa  il  ponte ,  e  si  ferma  in- 
nanzi al  castello  ,  il  Maresciallo  Richelieu  in  incognito. 
Egli  è  vestito  in  armi.  Tre  uomini  mascherati,  uno  dei 
quali  è  il  conte  di  Montgeron  ,  ne  seguono  non  veduti 
le  traccie,  e  si  fermano  inosservati  a  spiarlo. 

Coro»  Udite  il  segnale!..  La  caccia  è  compiuta. 

Ritorni  al  guinzaglio  lo  stanco  levrier. 
Già  l'ultimo  raggio  la  selva  saluta... 
Ognun  del  castello  ricalchi  il  sentier. 
Ric.     Ah  !  sì. . .  questo  è  il  loco. . .  Non  veggami 

(alcuno.... 
(guardando  intorno). 
Mon.        È  desso...  silenzio...  celiamoci,  (strin- 
gendosi ai  due). 

Ric.  Andiam. 
(muove  verso  il  castello;  ma  udendo  i  suoni  dei 
comi  da  caccia,  si  ferma  sospettoso,  e  soggiunge: 
Che  ascolto  ! . . 


6 

Mon.  S'arresta  ! . .  (con  dispetto). 

Ric.  Qual  suono  importuno  ! . . 

Vieppiù  s'avvicina . . .  che  passi  attendiam. 

(si  nasconde  nel  bosco). 
Coro.  Allegri  !  moviamo.  La  notte  s'avanza. . . 

La  calma,  il  riposo  soltentri  al  fragor. 
Dall'irta  foresta,  in  placida  stanza, 
Il  sonno  rintegri,  raddoppi  il  vigor. 
Le  voci  del  coro  vanno  mancando,  finché  si  estinguono  in- 
teramente. Intanto  i  tre  uomini  mascherati  hanno  traver- 
sata la  scena,  e  sono  spariti  sulle  orme  dell'  Incognito. 

SCEMA  SECONDA. 

Comparisce  dal  ponte  Giorgio.  Egli  è  inquieto,  si 
appressa  al  Castello,  vi  spinge  desioso  lo  sguardo, 
e  dice  sospirando: 
Alfin  dai  labbri  suoi 

Il  mio  destin  saprò.  Cara  Matilde, 

M'ami  tu  dunque,  o  sol  virlude  onori 

In  lui,  che  ti  salvò?..  Dubbio  crudele! 

Ma  pur  con  qual  desio 

Udia  l'inchiesta  di  sua  man,  che  amore 

Pose  sui  labbri  miei  ! 

Di  avito  lustro,  e  di  dovizie  il  fasto, 

Che  Montgeron  le  offria, 

A  me  povero,  oscuro 

Il  padre  suo  pospone, 

Sol  che  in  Ire  lune  di  grandezza  al  colmo 

Io  giunga. . .  Ebben,  Matilde, 

Purché  tu  m'ami,  io  giungerovvi,  il  giuro. 

»  Decisa  è  la  mia  sorte. 

»  0  sol  con  te  la  vita,  oppur  la  morte. 
S'ode  un  grido  dalla  boscaglia,  ove  si  nascose  Ricuelieu. 
Kic.  Ah!.. 


7 

Gior.         Qual  grido  ! . .  accorriam. . . 

Snuda  la  spada,  ed  entra  alla  sinistra.  Per  un  momento  la 
scena  riman  vuota.  Si  sente  un  incalzar  di  spade,  e  voci 
rotte  e  confuse;  indi  un  precipitar  di  passi,  come  di  per- 
sone che  fuggono. 


SCENA  TERZA. 

V  Incognito  sostenuto  da  Giorgio,  che  rimette  la 


Ric.  Giovane  amico, 

A  me  la  vostra  man.  Saper  poss'io 

A  chi  deggio  i  miei  dì? 
Gior.  Gli  omaggi  io  v'offro 

Di  Giorgio  di  Garran. 
Ric.  Voi  siete  un  prode,  (gli 

siringe  di  nuovo  la  destra). 
Gior.    Signor...  (*)  Sembra  che  abbiate  (*)  (con  mo- 

Molti  nemici,  destia,  indi  con  franchezza). 
Ric.  Tutti 

Quelli  di  Richelieu. 
Gior.  Siete  un  suo  fido  ? 

Ric.     Non  ha  secreti  egli  per  me. 
Gior.    (colpito;  indi  dopo  aver  pensato  un  mo* 

mento). 

Giovarmi 

Appo  di  lui  potreste? 
Ric.  E  che  bramate? 

Gior.    Innalzarmi,  o  morire. 
Ric.     Morir?..  (*)  D'un  uomo  audace 

(*)  (guardandolo  con  attenzione  ;  quindi  gli 
si  avvicina,  e  gli  dice  con  mistero  : 

Pronto  a  lanciarsi  in  ben  più  audace  impresa 

In  traccia  io  qui  venia. 


8 

Gior.    Ebben  ? 

Ric.  Coraggio  di  giurarmi  ardite? 

E  prontezza,  e  mistero  ? 
Gjor.  Il  giuro,  (fermo). 

Ric.  Udite. 
In  poter  dell'Anglo  audace 
La  Roccella  ancor  si  giace. 
Richelieu,  ma  invan  finora, 
Di  riprenderla  giurò. 
Gior.    Finché  Rhè  sia  salda  ancora, 

Richelieu  temer  non  può. 
Ric.     Benché  oppressa  e  quasi  vinta, 
Quella  terra,  è  ver,  non  cede. 
Ma  più  a  lungo  oppressa  e  cinta 
Più  resister  non  potrà. 
Gior.    Ebben,  dunque? 
Ric.  In  tal  periglio 

Disperato  è  il  suo  consiglio; 
Ma  una  pronta  ardita  mano 
Ei  finor  non  ritrovò, 
(guarda  intorno  con  circospezione,  e  gli  si  fa  più  d'appresso. 
Giovin  prode. ..  questa  mano  (comincia  a  sor- 
Quella  fia,  che  mi  salvò?   gere  la  luna). 
Gior.    (un  momento  di  perplessità,  indi  risoluto)  : 

Che  far  degg'io? 
Ric.  Di  viveri,  (con  accento  rapido 

D'uomini  e  d'armi  cariche   e  sommesso). 
Montar  due  vele,  e  rapido 
Nell'ombre  e  nel  silenzio 
Gli  ostili  abeti  incendere. . . 
E  sotto  il  fulminar 
Dell'anglo  fuoco,  intrepido 

All'isola  approdar. 
Quindi  splendor. . .  dovizie.  • . 


9 

Gior.  (interrompendolo).  0  morte!. .  Ebben  vi  andrò. 
Ric.     Quando  metà  del  termine 

La  notte  avrà  varcato, 

Daravvi  il  bronzo  ignivomo 

Il  segno  del  partir. 
Gior.    (Per  te,  Matilde,  accingomi  (con  subito 

A  passo  disperato.  slancio). 

0  possederti,  e  vivere; 

0  perderti,  e  morir). 
Ric.  Vi  guidi  Onore,  e  Dio. 

Gior.  A  mezzanotte! 

A  Due.  Addio  !  (si  dividono). 

SCENA  TERZA. 

Matilde  dalla  porta  del  Castello.  Luigi  la  segue. 

Lui.     Ma  dove  in  sì  tard'ora  ? . .  Oh  figlia  !  Appena 
Dalla  città  ritorno, 

Ove,  è  gran  tempo,  da  te  lungi  io  vivo, 
E  già  mi  fuggi,  e  così  mal  rispondi 
Al  palpitar  del  mio  paterno  amore  ? 

Mat.    Oh  mio  Luigi  !  Oh  mio  secondo  padre  !  (l'ab- 
braccia affettuosamente). 
Se  tu  sapessi. . .  Ah  !  per  pietà,  mi  lascia, 
Non  mi  legger  nell'alma. 

Lui.     Deh  !  qual  ti  trovo  io  mai  ! 

Mat.  Di  mia  salvezza 

Al  ciel  mercè! 

Lui.  Di  tua  salvezza  ?  Oh  parla. . . 

Alcun  periglio  forse. . . 

Mat.  «  Entro  la  tomba 

»  Io  dormirei,  se  pronta  man  sottratta 
»  Non  me  ne  avesse  in  tempo. 


10 

Lui.     »Oh!  ciel!  Ma  come?.,  narra.  » 
Mat.  Ancor  d'orrore, 

In  rimembrarlo,  mi  s'agghiaccia  il  core. 
Era  un'alba  senza  velo, 
Sorridea  sereno  il  cielo; 
E  d'un  monte  pel  sentier 

10  scorrea  sul  mio  deslrier. 
Al  varcar  d'un' erta  balza 

11  corsier  s'adombra  e  sbalza. . . 

10  precipito.. .  oh  terrori.. 
D'  un  abisso  nell'  orror. 

Quando  in  men  che  non  balena 
Una  man  l' arresta,  il  frena. . . 
Era  desso. . .  Giorgio  mio. . .  (con  subito 
slancio  di  passione). 

11  mio  angelo,  il  mio  Dio. . . 
Ah  !  Luigi  !..  da  quel  dì 

Sempre  sempre  ei  sculto  è  qui.  (toccan- 
dosi il  cuore). 
Lui.        Di  pietà,  di  duol,  d'amore 
Palpitar  mi  festi  il  core. 
Infelice!  de'  tuoi  dì 
Già  la  stella  impallidì. 
E  il  padre  tuo  ? 
Mat.  Contendermi 
Non  osa  un  tanto  affetto, 
Sol  che  nel  mio  diletto 
Splenda  fortuna  e  onor. 
L'orologio  del  castello  suona  le  quattro  della  notte,  ella  alza 
un  grido  di  gioia. 

Ah!  questa  è  l'ora.. .  ei  giungere 

Fra  poco  a  me  dovrà. 
Ah!  sì,  fra  poco,  oh  giubilo! 

Udrò  suoi  cari  accenti. 


Di  quegli  sguardi  teneri 
Vedrò  le  fiamme  ardenti. 
Del  suo  bel  core  ai  palpiti 
Risponderà  il  mio  cor. 
Lui.        Di  tua  bell'alma  arridere 

Possa  ai  desiri  amor  !  (parte). 

SCEMA  QUARTA. 

Matilde 0 Giorgio,  che  le  corre  incontro  con" gioia. 

Gior.    Matilde. . . 

Mat.  Giorgio  ! 

Gior.  All'amoroso  invito 

Veniste  dunque  ?  Oh  cara  ! 

Un  angiol  siete  voi,  che  il  cielo  invia 

Per  consolar  la  mesta  anima  mia. 

M'amate  dunque  ? 
Mat.  Io  v'amo, 

Nè  ostacol  v'ha,  che  possa  un  altro  in  terra 

Costringermi  ad  amar. 
Gior.  Oh  cari  accenti  ! 

Oh  me  felice!  e  più  felice  ancora, 

Or  che  la  sorte  il  mezzo 

Già  m'offre  d'ottenervi. 
Mat.    Che  dite  ! 
Gior.  Sì,  da  un'ora 

Io  tutto  in  rosa  l'avvenir  vagheggio. 
Mat.    Ah!  come? 
Gior.  Un  Inviato 

Di  Richelieu,  cui  da  mortai  periglio 

Mi  fu  dato  salvar,  d'un'alta  impresa 

Mi  diè  l'incarco  or  dianzi. 

Ove  il  ciel  la  secondi, 

La  mia  fortuna  è  certa. 


12 

Mat.    »  Fia  vero  ! 

Ciob.  »  A  mezzanotte,  allor  che  un  colpo 

»Tuoni  il  bronzo  guerrier,  le  vele  io  sciolgo». 
Mat.    Oh  dolce  speme  I  Oh  avventurato  amore! 
Gior.    Angusto  io  sento  a  tanta  gioia  il  core. 
Io  risorgo  a  nuova  vita, 
E  di  me  maggior  mi  sento. 
Qual  più  sia  fatai  cimento 
Or  per  te  saprò  sfidar. 
L'onde,  i  nembi  affronterei, 
Varcherei  di  fiamme  un  mar. 
Mat.        Dio,  che  legge  a  noi  nel  core, 
Dio  protegga  il  nostro  amore. 
Nella  via  che  onor  t'addila, 
I  tuoi  passi  ei  scorgerà. 
E  con  te,  con  te  la  vita 
Ridonarmi  alfin  saprà. 
Gior,       Matilde,  a  te  quest'unico  (mostrando  un 
Pegno  di  sposo  io  dò.  anello). 
Cara  memoria  ed  ultima 
Del  padre  a  me  restò. 
Mat.       Pegno  d'eterno  amor! 

Pegno  d'eterna  fé'  ! 
Gior.       Mai  non  ti  lasci. . .  ognor, 
Ei  li  ricordi  a  me. 
(le  porge  /'  anello,  la  prende  per  mano,  e  con- 
ducendola avanti,  la  fa  seco  inginocchiare). 
A  Due. 
Come  di  dolce  vincolo 
Amor  ci  lega  in  terra, 
Per  sempre  le  nostr' anime, 
Unisci,  o  Dio,  dal  ciel. 
(si  alzano)  Per  te  morire  o  vivere, 
Io  giuro,  ognor  fedel. 


13 

Gior.    Rivai  superbo  !  Or  tutto  io  sfido 
Il  tuo  potere,  e  in  Dio  confido. 
Innanzi  agli  uomini,  innanzi  a  Dio 
Ella  è  mia  sposa,  (l'abbraccia  e  la  bacia 

in  fronte). 

Mat.  O  Giorgio  mio  !  (commossa). 

S'io  morissi,.,  il  tuo  fervido  bacio 
Ridestarmi  saprebbe  alla  vita,  (sode  un 
colpo  di  cannone). 
Giorgio,  udisti!..  (scolendosi). 
Gior.  È  il  segnai,  che  m'invita. . . 

Mat.       Giorgio. . .  Giorgio  ! . . 
Gior.  Mi  è  forza  partir. 

(Matilde  gli  si  abbandona  fra  le  braccia, 
mal  frenando  le  lagrime). 
Gior.       Matilde. . .  asciuga  il  pianto. . . 

A  te  ritornerò. 
Mat.       Sia  teco  un  angiol  santo. . . 

A  meritarti  io  vo. 
Giorgio  sommamente  commosso  ,  s'  avvia  per  partire  ;  ma 
non  reggendogli  il  cuore,  rivolge  uno  sguardo  a  Matilde, 
e  si  gettano  fra  le  braccia  1'  uno  dell'  altro  esclamando  : 
A  Due. 

Ah  !  mio  bene,  in  tal  momento 

Questo  cor  mi  si  divide. 

Non  è  ver  che  il  duolo  uccide, 

S'io  resisto  al  mio  dolor. 
No,  ridir  non  può  l'accento 

Le  mie  pene,  il  mio  tormento. . . 

D'ogni  morte  è  men  l'orrore 

Dello  strazio  del  mio  cor. 
(Si  danno  un  ultimo  abbraccio,  e  si  separano). 

CALA  LA  TELA, 


14 

ATTO  PRIMO 


SCENA  prima. 

Sala  nel  castello  di  Garran.  Porta  in  mezzo,  e  due  laterali. 
A  dritta  un  sofà  presso  ad  un  tavolino,  e  vicino  alla  pa- 
rete un  mobile  antico  con  sopravi  un  cofanetto.  A  sinistra 
un  altro  tavolino  con  ricapito  da  scrivere,  e  sedie  all'intorno. 
Si  vede  da  un  lato  il  ritratto  di  Giorgio,  nello  stesso  co- 
stume com'era  nel  Prologo. 

All'alzarsi  della  tela,  vedesi  Sofia  seduta  sul  sofà,  e  Marianna 
in  piedi  presso  il  tavolino.  Luigi  pure  in  piedi,  col  cap- 
pello in  mano  a  capo  basso  ed  in  attitudine  di  dolore  , 
alla  sinistra  di  Sofia. 

Sof.     Morta  ! . . 

Lui.  Povera  figlia  !  Questa  notte  (asciugan- 

Ella  è  volata  in  cielo.       dosi  gli  occhi). 

Mar.    »  Così  giovane  e  bella  ! . . 

Sof.     »  Sì  piena  di  virtù  !  »  (sospira). 

Lui.  Dopo  tre  giorni 

Di  spasimi  e  di  affanni, 
Spirar  la  vide  il  conte  a  ciglio  asciutto. 

Sof.     Il  suo  consorte! 

Lui.  Ei  stesso,  e  vuol  che  tosto 

Sepolta  sia  senza  i  funebri  onori. 

Snaturato  !  inumano  !  (con  ira  e  dolore). 
Sof.  E  dolce  pegno 

Pur  gli  restò  di  coniugale  affetto, 

Un  figlio. 

Lui.  È  ver. . .  ma  pure  ei  m'è  sospetto. 

Sì,  m'è  sospetto  Montgeron. 
Sof.  Che  dici! 


15 

Lui.     Questa  morte  sì  arcana...  sì  repente. 

Nel  più  bel  fiore  della  vita...  io  temo. 
Sof.     Che  mai  ? 

Lui.  Nulla  per  or. . .  basta  vedremo,  (con 

intenzione). 
Sof.     »  Felice  lui  però,  cui  dato  è  almeno 

»  Trovar  compenso  nel  paterno  amore  ! 
»  Non  io  così,  che  il  mio  diletto  Giorgio 
»  Piango,  nè  da  sett'anni, 
»  Dacché  le  vele  ei  sciolse, 
»  Più  non  ne  udia  novella. 
Mar.  »  Oh  come  lieto 

«Stato  ei  sarebbe  di  Matilde  accanto! 
Sof.     »  Il  ciel  negommi  questa  gioia.  »  (con  ras- 
segnazione). 
Lui,  Intanto 
Ultimo  ufficio  a  quella  cara  estinta 
Io  compio.  Questo  foglio 
Pria  di  morir  m'ingiunse 
A  voi  recar.       (porgendole  una  lettera). 
Sof.     (prende  la  lettola  ,  vede  che  è  diretta  a 
Giorgio,  guarda  il  ritratto  e  piange). 
Per  lui! 

Lui.     (vedendola  così  afflitta,  ne  rispetta  il  do- 
lore,  e  con  voce  dolce  e  commossa,  ri- 
trosamente le  dice  : 
Io. . .  vi  lascio,  o  signora. 

Sof.     (non  potendo  rispondere,  perchè  affogata 
dalle  lagrime,  lo  saluta  col  gesto). 

Mar.    »  {Misera  !) 

Lui.  »  (Oh  quanto  il  suo  dolor  m'accora).» 

(Marianna  si  ritira  da  un  lato.  Luigi  esce 
dal  mezzo). 


16 

SCEMA  SECONDA. 

Sofia  si  appressa  al  mobile,  apre  il  cofanetto,  vi 
ripone  la  lettera,  e  va  a  sedersi  sul  sofà,  nascon- 
dendo il  volto  fra  le  mani.  Poi  asciugandosi  gli 
occhi,  li  rivolge  al  cielo  e  dice  : 

Alma  eletta,,  che  dal  cielo 

D'una  madre  or  miri  il  pianto, 
Tu,  che  pur  lo  amasti  tanto, 
Prega  Iddio  per  lui,  per  me. 

Presa,  oh  i  sì  che  a  me  ritorni 
Pria  ch'io  lasci  il  mortai  velo. 
Son  per  me  contati  i  giorni, 
Presto  il  duol  li  struggerà. 

Se  più  larda...  il  muto  gelo 
Di  due  tombe  ei  troverà. 

(si  ritira  lentamente  nella  sua  stanza). 

SCEMA  TERZA. 

Montgéron  dalla  porta  di  mezzo  cauto  e  guar- 
dingo. 

Io  son  libero  alfin.  Matilde  spenta, 
Alla  splendida  sorte, 
Che  colla  man  dell'adorata  Eugenia 
La  regina  m'offria, 
Qualunque  inciampo  ho  tolto. 
(poscia  a  voce  bassa,  dopo  aver  girato  con 

precauzione  intorno  lo  sguardo). 
Ma. . .  del  fatai  secreto,  in  me  sepolto, 
Forse  svelar  sol  di  Matilde  un  foglio 
Potria  le  prove.  Ei  stassi 
In  poter  di  Sofia.  Struggasi,  e  tutta 
Sia  del  fatto  ogni  traccia  in  lui  distrutta,  (s'ode 
rumore  e  s'arresta). 


17 

Sof.     Signore,  entrate.  (di  dentro). 

Ric.  A  voi  mercè,  (come  sopra). 

Mon.  Qual  voce!.. 

(grandemente  sorpreso). 
È  desso,  Richelieu  L  (si  nasconde  a  sinistra). 

SCEMA  $IART1. 

Sofìa  precedendo  liSelaelieai,  da  incognito,  dalla 
porta  di  mezzo,  e  Montgeroia  celato. 

Ric.  Finche  il  viaggio, 

Ch'or  m'interruppe  impreveduto  inciampo, 

Proseguir  mi  fìa  dato, 

Brevi  momenti  di  riposo  io  chiedo 

Nel  vostro  tetto. 
Sof.  Inospital  giammai 

Non  fu  mia  soglia,  e  lutto 

Offrirvi  io  godo  quanto  offrir  vi  puote 

Una  povera  vedova.  Sedete, 

Restate. 

Ric.  Io  vi  son  grato. 

Siede  a  sinistra  vicino  al  tavolo;  cava  un  libro  di  memorie, 
un  portafoglio,  e  si  mette  a  svolgere  alcune  carte.  Sofia 
si  è  avvicinata  al  mobile,  ne  ba  tratto  un  libro  di  pre- 
ghiere, e  si  è  messa  a  leggere  seduta  sul  sofà  alla  dritta 
dell'Incognito.  Questi  seguitando  a  svolgere  i  fogli,  si  volta 
a  Sofia  cortesemente  dicendole  : 

Permettete? 

Dopo  un  cenno  di  adesione  di  Sofia  si  pone  a  scorrere  le  sue 
carte,  mentre  che  l'altra  lasciando  di  leggere,  posa  il  libro  sulle 
ginocchia,  e  coprendosi  gli  occhi  bagnati  di  lagrime  esclama: 

Sof.     Mio  Dio  !  D'una  madre  è  troppo  il  dolore. . . 

Voi  datemi  forza  per  tanto  soffrir,  (piange). 
Ric.      Vegliate  sul  conte,  è  un  vii  traditore:  (leggendo) 
Vi  abborre,  v'insidia,  vi  tragge  a  perir. 
Io  n'era  ben  certo,  (svolgendo  altre  carte). 

2 


18 

Mon.  (Ti  frena,  o  mio  core. . .  {mo- 

strandosi furtivamente). 
Non  può  di  mia  mano  l'indegno  fuggir). 

(toma  a  celarsi  ed  a  mostrarsi  di  quando  in  quando)* 

Ric.     Saper  mi  fia  dato  chi  tanto,  o  Signora, 

Cortese  mi  onora  ? 
Sof.     (con  dignitosa  modestia).  Sofia  di  Garran. 
Ric.     Tal  nome  mi  è  noto...  E  questo  ritratto? 

(accorgendosi  del  ritratto  di  Giorgio,  e  guardandolo 
attentamente). 

Quel  giovin  conosco. . .  Ah  !  sì,lo  rammento. . . 

Da  un  perfido  agguato  ei  m'ebbe  sottratto. 
Mon.    (Fu  desso  ! . .)  richiamando  alla  mente  le 
antiche  idee,  e  facendo  atti  di  rabbia). 
Ric.  La  vita  io  debbo  a  sua  man. 

È  un  vostro  congiunto  ? 
Sof.  Egli  era  mio  figlio. 

Ric.  Quel  giovine  è  un  prode,  pugnò  alla  Roccella. 
Sof.     Poi  cadde  prigione  d'un  anglo  naviglio. 

Sparì,  né  mi  giunse  di  lui  più  novella. 

Son  corsi  sett'anni,  l'attesi  finora. .  . 

L'attesi,  nè  ancora...  nè  ancora  tornò. 

Estinto  lo  piango. 
Ric.  Estinto  ?  . .  Attendete,  (sfo- 

Ei  vive.      gliando  il  libro  di  memorie). 
Mon.  (Ah  ! . .)        (con  suono  soffocato). 

Sof.  Che  dite  ! . .  (alzandosi). 

Ric.  Certezza  ne  ho  piena. 

»  Nell'Indie  dell'Anglo  spezzò  la  catena, 

»  Quei  lidi  remoti  da  un  anno  lasciò.» 
Sof.     Mio  figlio  !..  11  mio  Giorgio  ! . .  Ma  deh  ! 

(voi  chi  siete  ? . . 
»  Qual  angiol  del  cielo  a  me  vi  guidò?..» 


19 

Ric.     Fra  poco,  o  signora,  voi  forse  il  vedrete, 
Sperate,  (scrive  alcune  righe  sopra  un 
foglio,  che  poi  lascia  sul  tavolino). 


Sof.  Fra  poco  ! . .  (soffocala  dalla  gioia). 

Mon.  (Che  intesi!) 

Sof.  II  vedrò!.,  (pian- 

gendo di  tenerezza). 


Mon.    (Pur  viva,  e  ritorni  l'odiato  rivale,  (con  fiera 
Un  gelido  frale  a  stringer  tornò).  gioia). 
S'odono  intanto  di  lontano  le  campane  suonare  a  morto. 
Sofìa  si  scuote.  Richelieu  prosegue  a  scrivere. 

Sof.     Ciel  ! 

Ric.  Qual  suon  feral  rimbomba  ! 

Sof.  Anzi  tempo,  a  un  tratto  estinta, 

Or  discende  nella  tomba 

La  contessa  Montgeron. 
Ric.     Montgeron!..     (sorpreso  tralasciando  di 

scrivere). 

»  Ma  quando  al  conte 
»  D'imeneo  splendean  le  tede? 
Sof.        »  Volge  un  lustro. 
Ric.  »  E  la  sua  fede, 

»  Solo  un  anno  è  già  varcato, 
»  Com'ei  dunque  aveva  giurato 
»  Ad  Eugenia  d'Epernay? 
Mon.    »  (Gli  era  noto!)»^  (fremendo). 
Ric.  E  strano  in  vero. 

Qui  v'ha  certo  un  gran  mistero. . . 

(poscia  alzandosi  con  furore). 
Trema,  o  conte. . .  un  vii  tu  sei, 
Un  infame,  un  traditor. 
(trasportato  dall'ira  misura  a  lunghi  passi  la 
stanza.  Sofia  lo  guarda  attonita. 


20 


SCEMA  QUINTA. 

Mentre  l&Bclielieii  toma  al  tavolino  per  iscriver 
qualcosa,  si  presenta  Moutgeron  torvo  ed  ac- 
cigliato. 

Sof.  Montgeron! 

Ric.  Voi  qui  ! 

Mon.  Signore  ! 

Mi  oltraggiaste  nell'onore. 
Ric.     Nell'onor  ?  . .  (con  amaro  sorriso). 

Sof.  (Ma  chi  è  costui?)  (fissando 

Mono  Traditor,  mai  vii  non  fui.  Richelieu). 
Ric.      Conte  !  (con  uno  sguaino  terribile). 

Mon.  Ebben  ?  (imperterrito). 

Ric.     (lo  prende  per  mano,  lo  trae  in  disparte, 

e  cupamente  gli  dice: 

(Nessuna  voce 

Vi  rimorde  in  fondo  al  cor  ? 
Notte  fatai  sue  tenebre, 

Settenni  or  son,  volgea. 

Ed  il  pugnai  d'un  perfido 

Sul  capo  mio  pendea. 

Qual  man. . .  qual  man  vibravate  ?  . 

Tremate...  tutto  io  so). 
Mon.    (D'ingiusta  accusa  i  fulmini, 

Il  poter  vostro  io  sfido. 

Sol  nel  mio  core,  impavido, 

Sol  nell'onor  confido. 

Di  stolti  accenti  il  sonito 

Me  sgomentar  non  può). 
Sof.     (Che  mai  tra  lor  favellano  ? 

Qual  v'ha  tra  loro  arcano  ?  . . 


21 

Entrambi  d'odio  avvampano, 
E  di  furore  insano. . . 
Tu  squarcia,  o  Dio,  le  tenebre, 
Ch'io  diradar  non  so). 
(entrambi  muovono  per  uscire.  Sofia  si 
avvicina  a  Montgeron). 

Sof.     Ma  dite...  quest'Incognito?.. 

Mon.       Egli  è. . . 

(Mentre  Montgeron  sta  per  pronunziare  il 
nome  eli  Richelieu ,  questi  si  frappone 
tra  Sofia,  e  lui  ;  e  con  una  stretta  di 
mano  gli  soffoca  la  parola.  Indi  fiera* 
mente  guardandolo  con  gesto  autorevole 
g l'impone  d'uscire.  Montgeron  sotto  V im- 
pero di  quello  sguardo,  mal  suo  grado, 
s'avvia.  Richelieu  s'inchina  a  Sofia,  ed 
esce  ancor  egli). 

Ric.  Signora. . .  Andiam.  (a  Sofia, 

poi  a  Montgeron). 

SCENA  SESTA. 
Sofia. 

Qualunque  sia  quest'uomo  del  mistero, 
Un  angelo  è  per  me.  Che  veggo  !..  Un  foglio... 

(prende  il  foglio  lasciato  da  Richelieu). 
È  di  lui.  (legge).  —  Signor  Giorgio, 
Iddio  che  il  giusto  e  la  virtude  onora, 
Sempre  a  più  illustre  e  gloriosa  meta 
Vi  scorga,  e  vi  protegga.  Il  vostro  amico 
Del  bosco  di  la  Faille.  — 
Del  bosco  di  la  Faille  ! . . 
Io  non  comprendo...  un  altro  arcano  ancora  !.. 

(ripone  il  foglio). 


22 


SCENA  SETTIMA 


Detta  e  Marianna  dal  fondo ,  correndo ,  e  po- 
tendo appena  parlare. 


Mar. 

Ah  !  signora. . .  signora. . . 

Sof. 

Che  rechi  tu  ? 

Mar. 

Coraggio. . . 

Calmatevi...  una  gran  gioia...  una  gran  gioia... 

Sof. 

Oh  ciel  ! . .  tremar  mi  fai. . . 

Mar. 

Parlar. . .  non  posso. . . 

Sof. 

Ebbene. . . 

Mar. 

Vostro  figlio  ! . . 

Sof. 

Mio  figlio  1 . . 

Mar. 

Eccolo. .  ei  viene,  (ac- 

cennando la  porla  di  mezzo). 

SCEMA  OTTAVA. 

Giorgio,  e  dette.  Sofia  in  vederlo,  mette  un  grido 

acutissimo.  Marianna  poco  dopo  si  ritira. 

Sof. 

Ah  ! . .  Giorgio! . . 

Gior. 

Madre. . . 

(giltando  cappello  e  mantello  si  precipita 

fra  le  braccia  di  Sofìa). 

Sof. 

É  desso... 

(abbracciandolo  ,  e  poi  guardandolo  ,  ed 

abbracciandolo  di  nuovo). 

È  desso. . .  il  figlio  mio. . . 

A  Due. 

Ah!  dalla  gioia...  oppresso... 

Sento...  mancarmi...  il  cor. 

(cade  svenula  sul  sofà,  e  Giorgio  si  pone 

in  ginocchio  dinanzi  a  lei ,  facendole 

appoggiare  la  testa  sopra  il  suo  petto). 

23 

Gior.    Qui. . .  sul  mio  seno. . . 

(dopo  breve  pausa,  Sofia  rinviene,  ed  al- 
zandogli in  volto  gli  occhi  bagnati  di 
lagrime,  lo  riabbraccia,  e  lo  bacia). 
Sof.  Oh  quanto 

Da  le  lontana  ho  pianto  1 
E  tu  ? 

Gor.  Selt'anni  volsero 

D'angoscia  e  di  dolor. 
Pur  m'era  speme,  ed  unico 
Pensiero  della  vita 
La  madre  mia,  la  patria, 
La  mia  Matilde. 
Sof.     (voltandosi  onde  nascondere  il  suo  pianto). 

(Misero  t 

Ei  Tama  ancor). 
Gior.    (guardando  sua  madre).  Ma  che  ! 
La  gioia  è  in  voi  sparita  ? . , 
(vuole  abbracciarla,  ella  lo  respinge  dol- 
cemente). 

Sof.     Taci...  len  prego...  lasciami... 
Gior.       Oh  madre  mia,  perchè  ? 

(fa  per  baciarla,  e  s  accorge  che  piange). 

Piangete  voi? . . 

(le  prende  la  mano,  che  trema  nella  sua). 
Qual  tremito  ! . . 
La  vostra  mano  è  gelo. 
Sof.        (Più  non  resisto. . .). 

(vuol  ritirar  la  sua  mano,  ma  Giorgio  la 
rattiene,  e  chinandosi  sovr' essa  per  im- 
primervi un  bacio,  s  accorge  dell'anello 
da  lui  dato  a  Matilde,  e  grida: 
Gior.  Cielo!.. 


24 

Chi.  .  questo  anel  vi  die'  ?  . . 

(Sofia  è  nella  massima  angoscia,  Giorgio 
è  preso  da  un  tremito  convulso,  e  guar- 
dando fissamente  l'anello,  ripete  con  piti 
forza  : 
Chi  mai? 
Sof.     (tutta  tremante)  Matilde... 
Gior.  Dessa  ? . . 

Quando  ? . . 

Sof.     (dopo  essere  andata  al  coff anello,  e  presane 
la  lettera  di  Matilde). 

Prendi,  leggi. . .  (porgendogliela). 
Gioa.  Che  fia  !  (guardando  sua  madre  e 

la  lettera;  indi  prende  la  lettera,  la  osserva, 
ne  rimarca  il  suggello  in  nero,  e  l'apre. 

Son  sue  cifre,  (legge  guar- 
dando sua  madre  che  piange). 
« —  Perdonami,  o  mio  Giorgio.  Il  genitore, 
Sull'orlo  del  sepolcro, 
Ad  obbedir  mi  trasse.  Un  nodo  io  strinsi, 
Che  da  te  mi  separa  eternamente! 
Ma  questo  cuore  è  tuo.  Vivi,  e  li  serba 
Alla  tua  madre,  e  quando 
Di  me  tu  chiederai, 
Non  vedrai  che  una  tomba.  — 
(con  accento  di  spavento).  Che  ! . .  Matilde  ? . . 

(s'odono  le  voci  di  un  canto  sacro,  lontano). 
Sof.  »  Il  nostro  pianto 

«  Ella  vede  di  lassù.  » 
Vocilon.  Dei  cieli  a  questa  misera 
Splenda  l'eterna  luce. 
Nei  cieli  eterna  requie 
Concedi  a  lei,  Signor. 


Gior.    Ella  è  morta. . .  moria  1 . .  ed  io. .  . 

{resta  immolo,  istupidito,  col  guardo  im- 
pietrato e  senza  muover  palpebra.  Indi 
si  getta  fra  le  braccia  di  sua  madre  , 
desolato  e  piangendo). 
Sof.     Ti  rassegna,  e  pensa  a  Dio. 

{egli  si  scuote  >  prende  il  mantello  ed  il 
cappello,  e  si  avvia). 
Sof.  {arrestandolo).  Ove  corri? 
Gior.    {come  forsennato).     Ella  mi  chiama. . . 

Non  udite  ? 
Sof.  Arresta. . .  ah  !  no. . . 

No,  dal  mio  petto  a  svellerti 
Poter  non  ha  la  terra. . . 
Un'altra  volta  perderti, 
No,  non  poss'io  crudel, 
Per  non  più  mai  dividerci 
A  me  t'ha  reso  il  ciel. 
Gior.      Un  patto  inviolabile 

Mi  tragge  a  lei  sotterra. 
Con  lei  giurai  dividere 
Il  talamo,  o  l'ave!. 
{con  Lasciatemi. . .  lasciatemi. . . 
forza).  A  lei  mi  chiama  il  ciel! 

(Giorgio  esce  precipitoso.  Sofia  gli  corre 
dietro  sin  fuori  della  stanza  per  trai- 
tenerlo ,  ma  mancandole  le  forze  9  si 
sente  stramazzare  sai  pavimento). 

SCEMA  NONA. 

Parco  del  conte  di  Montgeron.  A  sinistra,  di  prospetto,  luogo 
dei  sepolcri  della  famiglia  di  la  Faille  sparso  di  tombe. 
Fra  queste  una  più  distinta  sottoposta  ad  una  specie  di 
tempietto,  e  precinta  da  cancelli:  è  quella  di  Matilde,  su 


cui  ella  è  distesa  vestita  di  bianco.  Un  cancello  è  aperto, 
e  l'interno  è  rischiarato  da  una  lampada  appesa  alla  volta. 
A  dritta,  in  fondo,  un  fìumicello  traversato  da  un  rozzo 
ponte  di  legno.  Qua  e  là  alberi,  e  sul  davanti,  a  destra, 
uno  più  grande  degli  altri,  che  sparge  una  grande  ombra. 
—  E  notte. 

Molti  contadini  e  contadine,  vassalli  del  conte  di  Montgeron, 
stanno  inginocchiati  davanti  al  sepolcro,  a  capo  scoperto, 
ed  in  attitudine  di  dolore  e  di  preghiera.  Fra  essi  è  pure 
Luigi. 

Coro  di  Contadini  e  Luigi. 

Come  fu  presto  a  spegnersi 

Dei  giorni  tuoi  l'albore  ! 

Come  varcasti  rapida 

La  valle  del  dolor  ! 
Ove  non  son  più  lagrime, 

Ove  il  gioir  non  muore, 

Riposa  alfìn,  bell'anima, 

In  grembo  del  Signor. 

Coro  interno  di  Claustrali. 

Dei  cieli  a  questa  misera 

Splenda  l'eterna  luce. 

Nei  cieli  eterna  requie 

Concedi  a  lei,  Signor. 
{durante  il  dello  coro  Giorgio,  avviluppalo 
in  un  gran  mantello ,  avrà  traversalo 
il  ponle  ,  e  si  sarà  fermalo  presso  il 
grand*  albero ,  ponendosi  in  ascollo ,  e 
dicendo  : 

Gior.   A  tempo  io  giungo. . .  Pregano. . . 
Per  lei  si  piange  ancor. 


27 

Mi  soffocan  ...  le . . .  lagrime . . . 
Mi  si. . .  dilania. . .  il  cor. 

(finito  il  canto,  Luigi  e  i  contadini  si  al" 
zano,  avviandosi  a  dritta  a  capo  basso, 
taciturni  e  dolenti). 
Intanto  l'uragano  si  fa  sentire  sordamente ,  e  l'oscurità  si 
fa  più  profonda. 

SCEMA  DECIMA. 
Giorgio  aspetta  che  tutti  siano  partiti,  si  avvicina 
alla  soglia,  si  cava  il  cappello,  ed  esclama  deso- 
latissimo  : 

Oh  mia  Matilde!  Tutti 
Ti  abbandonare  Io  sol  qui  resto ,  io  solo 
Ti  seguirò  fra  poco. 
Ah  !  sì,  di  questa  vita 
Nel  doloroso  esiglio, 
Solo,  senza  di  te,  qual  più  poss'io 
Di  gioia  vagheggiar  dolce  sorriso? 
Che  più  rimane  a  me  da  te  diviso? 
(s'avvia  al  sepolcro  ed  inginocchiandosi, 
piange  sovr'esso). 
L'uragano  raddoppia,  il  vento  infuria,  e  spegnendo  la  lam- 
pada, succede  una  completa  oscurità. 

(Matilde  fa  un  piccolo  movimento  :  tutto 
ad  un  tratto  Giorgio  si  scuote,  e  pallido 
e  nel  più  gran  disordine ,  quasi  fug- 
gendo, va  a  cadere  in  ginocchio). 
Grazie. . .  gran  Dio  ! . .  perdono. . . 
Tua  soglia  io  profanai,  (resta  proster- 
nato a  terra). 

(inditor-  Un  insensato  io  sono... 
nandoinsè).È  morta...  io  vaneggiai. 
Sulla  sua  fronte  pallida 

Il  bacio  mio  posò. 
Ma,  ne  un  sopir,  nè  un  gemilo 
Il  labbro  suo  sfiorò. 


Gli  occhi  restaro  immobili, 

La  man  restò  di  gel. 
Sue  prede,  ahi  !  non  rinunzia 

L'inesorato  avel  ! . . 
(Intanto  Madide  ha  cominciato  a  destarsi 
come  da  un  tango  e  profondo  sonno,  e 
discesa  lentamente  dalla  tomba  si  è  fer- 
mata sui  gradini.  Giorgio  alzando  lo 
sguardo,  mette  un  grido,  e  cade  estere- 
fatto,  colle  braccia  tese  verso  Matilde,  che 
si  trova  in  piedi  presso  il  cancello). 
Gior.    Ah  ! . . 

Mat.  Giorgio. ..  (con  voce  semispenta,  non 

essendosi  ancora  accorta  di  lai). 
Gior.  Giel  ! . .  Che  miro  ! . . 

Mat.  (s'  avanza  lentamente ,  poi  cerca  di  ri- 
chiamare le  sue  idee  per  riconoscere  il 
luogo,  ove  si  trova  :  vede  Giorgio,  gli 
si  avvicina,  gli  posa  le  sue  mani  sulla 
testa,  e  ripete: 
Mio  Giorgio. . .  (spossata  cade  fra  le  braccia 

d  i  lui), 

Gior.    (rialzandosi).  Or  non  deliro. . . 

La  voce  sua!..  le  palpita  (posandole  la 
mano  sul  cuore). 
Il  cor. . .  Soccorso. . .  ahimè  ! . .  (chia- 
mando). 

Vive.  .  di  sensi  è  priva. . .  (smaniando). 
Che  far  ! . .  Gran  Dio  ! . .  nessuno. . . 
(poi  ri' Or  vieni.  0  morta  o  viva, 
soluto).  Niun  può  rapirti  a  me. 

(solleva  Matilde ,  la  copre  col  suo  man- 
tello ,  e  la  trasporta,  attraversando  il 
ponte). 

CALA  LA  TELA. 


29 

ATTO  SECONDO 


SCENA  PRIMA. 

Il  Tealro  rappresenta  due  camere  in  un  albergo  nelle  vi- 
cinanze di  Parigi.  Quella  a  sinistra  è  una  sala  modesta- 
mente addobbata;  ha  una  porta  d'ingresso  in  fondo,  e 
alla  dritta  un  uscio  di  comunicazione  con  l'altra  camera; 
vicino  all'uscio  v'è  un  tavolino,  e  sedie.  La  camera  a  dritta 
invece  ha  un  sofà,  sedie,  e  tavolino  con  elegante  tappeto. 
A  dritta  vi  è  una  porta  di  entrata,  nel  mezzo  una  fine- 
stra, che  dà  nella  corte  dell'albergo. 

Alzato  il  sipario ,  nella  stanza  a  dritta  si  vede  Matilde  in 
bianca  veste ,  addormentata  sul  sofà  ,  c  Giorgio  seduto 
vicino  a  lei. 

Gior.  Dorme.  Tranquilla  parmi. 

Dopo  sei  dì  eh'  io  qui  la  trassi  in  salvo  , 
Alfin  calmalo  è  l'angosciar  frequente 
Dell'agitalo  seno. 

Sì,  cessata  è  la  forza  or  del  veleno. 
Tanto  asseria  pur  dianzi 
L'uom  ,  che  pietoso  le  largia  sue  cure. 
Ma  ehi. . .  qual  mostro  di  sì  reo  misfatto 
Lordarsi  mai  potea  ?  . . 
Lungi,  oh!  lungi  da  me  l'atroce  idea!.. 
Grazie,  grazie,  mio  Dio. . . 
Tu  pietoso  la  rendi  all'amor  mio. 
Mai.    {si  sveglia,  si  passa  le  mani  sugli  occhi, 
guarda  intorno,  e  si  accorge  di  Giorgio). 


30 

Gior.    Si  desta.. . 
Mat.  Giorgio. . . 

Gior.  Anima  mia. .. 

Mat.  Mio  Giorgio... 

Sei  tu!.. 

Gior.  Son  io. . .  Matilde. . .  {prendendole  la 

mano  affettuosamente). 
Mat.  È  sogno  !..  È  incanto  !.. 

Gior.    No,  l'amante,  il  tuo  sposo  è  a  te  d'accanto. 
Mat.    Ma  come!,,  io  qui...  chi  mai!.. 
Gior.       Oh  cara,  io  ti  salvai. 
Mat.       Ah! . .  sì. . .  ben  lo  rammento. . . 
La  morte!..  Circondavano 
Un  sepolcrale  orror. 
Ma. . .  la  tua  voce  io  sento 
Ancora  in  fondo  al  cor. 
Qual  vampa  in  fronte  scorrermi 
Sento  il  tuo  bacio  ancor. 
S'ode  strepito  giù  nella  corte,  e  scalpitar  di  cavalli. 
Mat.   (*)  Chi  mai  giunge  ! . .  Qual  rumor  ! . .  {*)(tra- 
Gior.  Non  temer,  serena  il  cor.  salendo), 

(corre  alla  finestra  e  guarda  al  basso). 
Nella  corte  un  cavalier 
Or  discende  dal  destrier. 
Mat.       Giorgio  andiam  da  queste  mura... 

Tosto  andiam...  (spaventata). 
Gior.  Ti  rassicura. 

SCEMA  SECONDA. 

Entra  intanto  V  Albergatore  nella  camera  a  si- 
nistra, introducendo  ed  inchinando  il  conte  di 
Moiitgeron. 

Alb.     Qui,  signore,  avanti,  avanti. 


31 

Mon.    Bene,    (burbero 3  posando  sul  tavolino  la 

spada  ed  il  cappello). 
Alb,  Ed  or  ?       (in  attenzione  di  ordini). 

Mon.  Null'altro,  va.  (siede,  V  Alber- 

gatore esce). 

Comincia  a  farsi  notte. 

Gior.    Sì,  queste  soglie  or  lasceremo, 

Lungi  dagli  uomini  noi  fuggiremo; 

Ove  in  recondilo  asil  romito 

0  mio  bell'angelo  vivrem  d'amor. 

Mat.    Mai  più  dividerci:  per  sempre  insieme... 
Sempre  in  un'estasi,  in  una  speme.., 
Lungi  dagli  uomini,  in  suol  romito 
0  mio  bell'angelo,  vivrem  d'amor. 

Mon.    (Richelieu,  trema.  Piena  or  t'aspetta 
Inevitabile  la  mia  vendetta. 
Come  da  folgore  cadrai  colpito, 
Saprà  raggiungerti  il  mio  furor). 

Gior.    Gara  addio,  fra  poco  io  riedo.  (esce:  Ma- 
tilde siede). 

'scema  terza. 
Ritorna  V  Albergatore  con  un  lume  in  mano  3 
precedendo  un  Corriere,  a  cui  addita  Moni- 
geron. 

Alb.        Ecco  il  conte  Montgeron. 

Mat.     Montgeron  ! . .  (alzandosi), 
(il  Corriere  porge  un  foglio  al  conte). 

Mon.  Va.       (il  Corriere  parte). 

Mat.  La  sua  voce! .  „ 

(si  pone  in  ascollo  dietro  l'uscio  di  comunica- 
zione,  e  mette  gli  occhi  al  buco  della  serratu- 
ra. Intanto  l  Albergatore,  pria  d'uscire,  ha 
lasciato  il  lume  sul  tavolino  del  conte,  dimo- 
doché la  stanza  a  sinistra  è  rischiarala , 
quella  a  dritta  rimane  buia). 


32 

Mon.  Chi  lo  invia?  veggiam.  (apre  il  foglio). 
Mat.  Che  vedo!.,  (ricono- 

Desso  ! . .  scendo  Montgeron). 

Mon.  È  un  mio  fedel.  (*)  — Feroce  (*)  (legge). 

Fatai  sorte  su  voi  pende. 
Il  patibolo  v'attende.  — 
Mat.    Il  patibolo  ! . . 
Mon.  Che  sento  ! 

Un  infame  tradimento, 
Un  delitto  vi  si  appon. 
Mat.    Un  delitto!.. 
Mon.  Sì,  la  morte 

*     Vi  si  appon  della  consorte. 
Mat.    Ah  !  gran  Dio  ! 
Mon.  Fuggite,  o  conte, 

Affrettatevi  a  salvar. 
Mat.  (*)  Dio  !..  le  chiome  sulla  fronte  (*)  (inorridita) 

Io  mi  sento  sollevar. 
Mon.    Tutto  è  chiaro. . .  io  son  perduto. . .  (ri- 
pone la  lettera  poi  come  colpito  da  un  idea). 
Ma  no. . .  no. . .  son  salvo  appieno. 
Io  la  spensi,  ma  il  veleno 
Niun  mi  vide  a  lei  recar. 
Mat,     Qual  orrore  ! . .  (con  un  grido  acutissimo). 
Mon.  Un  grido  ! . .  (spaventato).  E  chi?. . 

Sol  non  sono...  alcuno  è  qui!.. 
Mat.  (*)  Son  perduta  !..  (*)  (tremante). 

Mon.  E  dove?.. 

(guardando  intorno  nella  stanza,  si  accorge 
della  porta  di  comunicazione). 

Ah  ! . .  là. . . 
(corre  alla  porta,  che  resiste,  e  la  scrolla). 
Chiusa  !..  È  van. . .  (si  sforza  d'aprirla). 


33 

Mat.  Mi  svenerà  1 . .  (tratte- 

nendo con  grande  sforzo  la  porta.  Montgeron 
furibondo,  aprendo  la  porta,  riconosce  Ma- 
tilde, entrambi  alzano  un  grido;  ed  egli  indie- 
treggiando colle  mani  alte  e  coi  capelli  irti, 
fugge  atterrito  nella  sua  camera). 
Mon.    Dessa!..  Gran  Dio!..  M'illusero... 
Travider  gli  occhi  miei!.. 
(ritorna  intanto  Giorgio  nella  sua  stanza. 
Matilde  gli  corre  incontro  tutta  tremante). 
Mat.    Ah  !  Giorgio,  Giorgio. . .  salvami. . . 
GlOR.        Andiamoci  guidi  il  ciel.  (escono  rapidamente). 
(Montgeron  prende  il  lume,  e  rientra  ri- 
solutamente nella  camera  a  dritta,  guar- 
da d'intorno,  e  non  vedendo  più  alcuno, 
lascia  cadérsi  il  lume  di  mano;  sente 
rumore  nella  corte  ed  affacciandosi  alla 
finestra,  riconosce  i  fuggitivi:  alza  un 
grido,  ed  esce  precipitoso). 

N.  B.  Qui  per  comodo  della  scena  può  abbassarsi 
il  sipario. 


34 


SCEMA  QUARTA. 

Splendida  galleria  nel  Lussemburgo  illuminata  a  festa.  In 
prospetto  porta  con  ricca  cortina,  che  mette  agli  appar- 
tamenti della  Regina. 

Una  grande  moltitudine  di  Dame  e  Cavalieri  sono  intesi  a 
varie  occupazioni  in  diverse  altitudini.  Da  un  lato  due 
cavalieri  giuocano  agli  scacchi,  uno  di  loro  è  Bassompierre. 
Molti  signori  stanno  intorno  ad  essi  osservando  i  movi- 
menti dei  giuoco.  Alcuni  siedono  dall'  altra  parte  ad  un 
tavolino  celiando  e  bevendo.  Altri  ,  in  piedi  o  seduti , 
assistono  alle  danze;  altri  colle  dame  al  braccio  passeggiano 
per  la  galleria  o  riuniti  in  crocchio  discorron  fra  loro. 
Tutto  ò  movimento  ed  allegria.  Paggi  alla  porta  della  regina. 

Gav.  Ribocchili  di  Cipro  le  tazze  spumanti, 
(bevendo)  Affoghili  le  noie  gli  affanni  del  cor. 
Dame.   Oh  ,  come  più  lieti  trascorron  gl'istanti 

Se  un  dolce  l'infiora  sorriso  d'amor  ! 
Cav.    Ma  bravi!  si  batton  da  forti  leoni. 
Bas.        Voi  siete  perduto,  più  scampo  non  v'è... 
Cav.     Eppure  ei  resiste  con  pochi  pedoni. 

Vediam. 

Bas.  (alzandosi).  Scaccomatto.  Vittoria  per  me  ! 

Dame.   Tra  i  fervidi  giri  di  gaie  carole, 

Quai  zeffìri  lievi,  sorvolano  i  cor. 

Tutt.'.  Di  mille  doppieri,  che  vincono  il  sole, 
Più  bello  rifulge  il  regio  splendor. 

(Intanto  a  metà  del  detto  coro,  si  è  veduto  traversare  la 
galleria,  ed  entrare  nelle  stanze  della  regina,  il  Maresciallo 
Richelicu  nel  suo  completo  abito  dignitario,  preceduto  da 
quattro  paggi  con  torce  accese.  Dopo  il  coro,  e  terminate 
le  danze  si  vede  passare  xMatilde  in  grand'abito  da  festa, 
accompagnata  da  Giorgio,  da  Sofìa  e  da  due  paggi,  ed  en- 
trare anch'essa  nei  reali  appartamenti). 

Coro  e  Bassompierre. 

»Oh!..  ecco,  vedete  la  dama  novella, 

»  Che  jer  della  corte  fu  ammessa  all'onor. 
»  Sarà  della  festa  la  fulgida  stella, 

»  Sarà  d'ogni  core  delizia  ed  amor.» 
(entrano  tulli  nelle  stanze  della  regina). 


35 

SCESA  QUINTA. 

Mentre  Bassompierre  sta  per  entrare  appresso 
agli  altri ,  li  <&iit&eron  esce  da  un  lato ,  e  lo 
chiama  sommessamente. 

Moif.    Bassompierre. . . 

Bas.  Chi  mi  chiama  ?  (voltandosi). 

Ah  ! . .  Voi,  conte,  in  Parigi? 
Mon.  A  tulli  ascoso, 

Le  insidie  a  prevenir  de'  miei  nemici, 

Io  vi  slo  da  tre  dì. 
Bas.  Di  strane  colpe 

V'accusa  Richelieu. 
Mon.  Lo  so;  ma  tutte 

Oggi  cadranno  queste  accuse. 
Bas.  E  come  ? 

Mon.    La  dama,  che  or  qui  giunse, 

La  sposa  di  Garran  che  a  mia  preghiera 

La  regina  invitò,  del  mio  trionfo, 

Malgrado  suo,  le  prove  arreca. 
Bas.  E  quali  ? 

Mon.     (calandosi  air  orecchio  di  Bassompierre). 

Questa  dama  è  mia  moglie. 
Bas.     Clie  !..  La  contessa  Montgeron  ! . .  credula 

Estinta  ! . . 

Mon.  E  dal  consorte  (con  amaro  sorriso). 

Avvelenata. . . 
Bas.  Vive  ! . . 

Mon.    Vive,  per  mia  discolpa, 

E  per  mio  disonor. 
Bas.  Che  intesi  mai  ! 

Mon.    Ma  in  tempo  il  tutto  io  seppi. 

E  in  faccia  al  mondo  intero 

Io  scoprirò  questo  fatai  mistero. 

(entrano  nelle  stanze  della  regina). 


36 

SCEMA  SESTA. 

Dopo  qualche  istante  Giorgio  in  disordine  dalle 
stanze  della  regina,  e  subito  dopo  Richelieii. 

Gior.    Montgeron  in  queste  soglie  I .  . 

Ric.     Signor  Giorgio... 

Gior.  Siete  voi  ! . . 

Voi,  signor...  ma  in  quelle  spoglie... 

Ah  !  voi  siete  Richelieu  ! 
Ric.     Vostro  amico.      (stendendogli  la  mano). 
Gior.  Ah  !  mi  salvate.. . 

Ric.     Che  vi  ha  d'uopo?  Favellale. 
Gior.    Meco  accorsa  al  regio  invilo 

Una  donna  è  in  quelle  porte,  (accennando 
gli  appartamenti). 

II  suo  nome  eli' ha  mentito 

Per  fuggir  dal  rio  consorte. 

Se  in  suo  scampo  non  venite., 

Montgeron  la  perderà. 
Ric.     Montgeron  ! 
Gior.  Sì,  l'inumano. . . 

Ah  !  Signore,  inorridite — 

A  lei  dato  di  sua  mano 

Un  veleno  avea. . . 
Ric.  Che  dite  ! . . 

Un  veleno  ! . . 
Gior.  Io  la  involai. . . 

Ric.     Oh  f  l' infame  1 . .  il  sospettai. 

Ma  chi  n'ha  le  prove? 
Gior.  Un  solo; 

Che  dell'arte  coll'aiuto 

La  salvò. 

Ric.  Dov'è  costui  ?    (con  premura). 

Gior.   In  Parigi. 


37 

Ric.  Or  tosto. . .  alcuno 

Gli  spedite,  e  qui  tornate. 
Ma  tacete,  vi  frenate 
Finch'ei  giunga. 

(Giorgio  esce  frettoloso). 

SCEMA  SETTIMA. 

RlCHELIEU. 

Or  godi,  o  cor. 
Montgeron,  tu  sei  perduto, 

Ti  ha  raggiunto  il  mio  furor.  (sode 
grande  strepito). 
Lui.  (di  dentro).  Giustizia  ! . .  Giustizia  ! . . 

SCEMA  OTTAVA. 

Accorrono  al  romore  Montgeron,  Bassompf er- 
re, i  Cavalieri,  le  Dame,,  i  Paggi,  e  tutta 
la  Corte.  Indi  in  gran  disordine  Luigi  trafelato 
ed  ansante. 

Coro,  Bas.  Quai  grida  ! 

Mon.  Che  sento  ! 

Lui.  (vedendo  Montgeron). 

Vendetta  domando  di  questo  assassino. 
Mon,    Che  ardisci  ! 
Coro.  Che  dice  ! 

Lui.     Sì,  l'empio  a  mia  figlia  ha  dato  un  velen. 

(movimento  d'orrore). 
Mon.    Tu  menti.  Signori,  quest'uomo  delira. 

(si  volge  verso  la  porta  e  vede  Matilde). 

SCEMA  MOMA. 
Matilde  accompagnata  da  Sofia;  Montgeron 

le  va  incontro,  la  prende  per  mano,  e  la  conduce 
avanti. 

Mon.    Matilde  respira. 

Tutti,  (sorpresa).      Matilde  Garran! 


38 

Lui.      Ah  !  clessa  !..  (la  guarda,  e  rcsla  immo- 
bile ed  incerto). 
(Intanto  Giorgio  è  ritornalo,  e  si  tiene  in 
disparte). 

Mat.  Gior.  (Chi  vedo  !).  (guardando  Luigi). 
Ric.  Ma  voi  come  ardite  (a 

Montgeron) 
Su  questa  signora  distender  la  man  ? 
Mon.    Col  dritto  il  più  sacro. 
Ric.  Signor,  voi  mentite. 

Mon.     Io. .  . 

Ric.        Sì.  Questa  donna  non  v'ha  mai  veduto. 
(Coraggio,  negate...  o  Giorgio  è  perduto  (a 

Matilde). 

Mat.  \ 

Gior.  >  Momento  fatale  1 

SOF.  ) 

Coro.  Tremendo  mister  ! 

Mon.    Signora.  Matilde,  mia  sposa  non  siete  ? 
Mat.    Io...  no... 

Mon.  No!..  Ch'io  menta  voi  dirmi  oserete  ? 

Ma  questo  vegliardo  v'ha  ben  conosciuta. 

Or  di  non  è  dunque  Matilde  costei?  (a  Luigi). 
Lui.  (con  pena) 

Finor  lo  credei;  ma  no...  non  è  dessa. 

(piange). 

Mon.    Oh  rabbia! 

Ric.  Gior.  (Nè  giunge?). 

Mon.    (come  colpito  subitamente  da  un  idea). 

Ebben.  Bassompier. 
(gli  parla  all'orecchio,  e  quegli  esce.  Indi 
si  avvicina  a  Matilde  ,  e  le  dice  con 
rabbia  repressa: 


(Nega,  se  il  puoi. . .  ti  vendica. . . 

Dai  tuo  voler  dipendo. 

Colla  tua  man  respingimi 

Entro  un  abisso  orrendo. . . 

Ma  trema. . .  un'altra  vittima 

Meco  a  perirvi  andrà). 
Ric.  (a  (Deh  !  se  vi  è  grave  il  perdere 
Matilde)  Di  Giorgio  e  vita  e  onore, 

Tacete,  irremovibile 

Sia  come  il  labbro  il  core. . . 

0  di  giustizia  il  fulmine 

Sul  capo  suo  cadrà). 
Mat.    (Misera!  0  morte  o  infamia 

Pronunzia  un  detto  mio. 

In  mezzo  a  due  voragini, 

In  qual  piombar  degg'io  ?  . . 

Madre  dal  ciel  soccorrimi.  , . 

Non  mi  negar  pietà). 
Gior.    (Nè  ancor  mi  è  lei  difendere, 

Nè  lui  punir  concesso  ! 

Mancan  le  prove,  oh  rabbia  ! 

Del  suo  nefando  eccesso. 

Ma  giuro,  di  quel  demone 

Il  sangue  scorrerà). 
Lui.     (No,  non  è  dessa. . .  un  palpito 

Quel  cor  per  me  non  ha). 
Sop.     (Del  suo  tremendo  strazio 

Ti  muova  o  Dio,  pietà). 
Coro,  (Di  tanto  arcan  le  tenebre 

Il  cielo  squarcerà). 
{intanto  Bassompierre  è  ritornato  conducendo 
perniano  un  fanciullo,  e  siitene  inosservato 
in  un  canto.  Montgeron  lo  ha  veduto  9  e 
gli  ha  fatto  cenno  di  attendere). 


40 

Ric.  Signora,  andiam. . .  (muovendo  con  Matilde). 
Mon.  Fermate. . . 

Di  qui  non  uscirete,    (attraversando  loro 

il  passo). 

Gior.    (Nè  vien  costui?),  (con  dispetto,  guardando 

verso  il  di  fuori). 
Ric.  Che  osate? 

Mon.       Tutto  non  dissi  ancor. 
Ric.     Ebben  ? 

Mon.    [va  a  prendere  il  fanciullo  dalle  mani  di 
Bassompierre,  e  si  avvicina  a  Matilde). 
Riconoscete 
Questo  fanciullo  ?  (mostrandole  il  figlio). 
Mat.  Ah  !..  sì. . . 

Figlio. . .  mio  tìglio  !.. 
Tutti  Misera  ! 

La  madre  si  tradì  ! 

(Matilde  si  precipita  in  ginocchio  colle 
braccia  aperte  sul  figlio.  Un  lampo  di 
feroce  gioia  brilla  sul  volto  di  Montgeron. 
Stupore  universale). 


CALA  LA  TELA. 


41 

ATTO  TERZO 

SCEMA  PRIMA. 

Piazza  di  Notre-Dame  a  Parigi.  A  sinistra  porta  esterna  della 
cattedrale  ;  in  fondo  della  scena  a  dritta  un  ponte  che  attra- 
versa la  Senna.  I  balconi  e  le  finestre  delle  case,  tanto  a  de- 
stra che  in  fondo,  sono  addobbate  di  tappeti,  cortinaggi, 
fiori  e  bandiere  portanti  il  giglio  di  Francia ,  e  gremite 
di  gente.  Il  davanti  della  scena  è  ingombro  di  Popolo 
d'ambo  i  sessi.  Tutto  annunzia  il  giorno  d'  una  grande 
solennità.  È  l'anniversario  della  presa  della  Roccella. 

Coro.  Festivi  cantici 

Suonino  intorno  ; 

Delle  vittorie 

È  questo  il  giorno. 

Inno  di  lodi, 

Francia  a'  tuoi  prodi  ! 

Di  lauro  cingansi 

Il  vincitori 
Odi:  eccheggia  di  guerra  lo  squillo; 
Ecco  l'Anglo  apparir  sulle  mura; 
Dalla  rocca  indomata  e  secura 
Par  ch'ei  sfldi  la  terra  ed  il  mar, 
Ma  dei  Franchi  s'avanza  il  vessillo 
Ove  è  l'Anglo  ? . .  Egli  trema  e  dispar. 

SCEMA  SECONDA. 

llontgeron  dalla  sinistra,  avvolto  in  ampio  man- 
tello, indi  Bassompierre. 

Mon.  »  Canti  di  gioia  !  —  Or  li  vedrem  fra  poco 
»  Questi  eroi...  questi  invitti,  se  potranno 
»  Al  pugnale  sfuggir  di  mia  vendetta  l 


42 

Bas.     »  Conte. .  . 

Mon.  »  Sommesso  parla. . . 

Bas.  »Ebben?.. 

Mon.  »  Qui  spento 

»  Richelieu  fra  brev'ora. . .  e  insiem  con  lui 

»  Il  rivale  aborrilo. 
Bas.  »  Ardita  impresa  t 

Mon.     »  Molti  complici  abbiam.  Tu  sai  che  in  corte 

»  Temuto  e  odiato  al  pari 

»  È  Richelieu  . .  che  la  regina. . .  anch'essa 

»  Del  suo  poter  s'adombra...  Or  tu  m'intendi... 
Bas.     »  Cauto  adopra. . . 

Mon.  »  Fallir  non  può  il  disegno. . . 

»  Vien,  Richelieu.  Breve  ti  resta  il  regno! 

Odesi  da  lontano  il  preludio  d'una  marcia.  Il  popolosi  af- 
folla verso  il  fondo  della  scena;  alcuni  salgono  sulla  gra- 
dinata della  cattedrale,  onde  mirare  il  corteggio  che  si 
avanza. 

Coro.  Viva  il  ministro!  viva  i  prodi! 
Mon.  Lunge 

Non  è  il  fellon:  Oh  gioia!  in  tempo  ei  giunge. 
Venite  o  stolli  —  di  vostra  morte 
Suonata  è  l'ora — Già  il  ciel  l'affretta. 
Sarà  tremenda  —  la  mia  vendetta, 
Al  par  dell'  odio  —  che  m'arde  in  cor. 
Grazie  ti  rendo  —  amica  sorte  ! 

Compiuta  è  alfine  —  mia  lunga  brama. 
Son  già  molt'anni  —  che  questa  lama 
Anela  al  sangue  —  dei  traditor 
§€HM  TERZA. 

Al  suono  d'una  marcia  trionfale  si  avanza  il  militare  cor- 
teggio. Prima  gli  Araldi  della  città,  dinanzi  a  cui  la  folla 
si  apre  rispettosa,  poi  i  Moschettieri  reali,  gli  Alabardieri, 
i  Tubatori,  i  Vessilliferi,  i  Grandi  del  regno,  {Iichelieu 


43 

in  abito  da  gala ,  Giorgio  di  Garran  ed  altri  cospicui 
personaggi  al  fianco  del  Maresciallo  ;  in  ultimo  i  Paggi 
ed  altri  drappelli  di  soldati.  Tutti  entrano  con  bell'ordine 
nel  tempio.  Montgeron  vorrebbe  seguirli,  ma  al  momento 
che  sta  per  entrare  una  Dama  velata  lo  arresta,  lo  trae 
sul  davanti  della  scena,  e  si  scopre  il  volto.  E  Matilde. 

Mat.    Montgeron  ! . . 

Mon.  (sorpreso).    Tu  donna  !  oh  quale 

Temerario  ardire  insano  ! 
Mat.  (con  ansietà). 

Risparmiare  al  tuo  pugnale 
Nuovo  sangue  io  spero. . . 
Mon.  (scostandosi  con  sdegno).  Invano  ! 
Mat.  (supplichevole). 

Sposo  !  deh  !  pel  labbro  mio 
Parli  a  te  del  ciel  la  voce. 

n'ascolta  e  forse  Iddio. . . 
Perdonare  ancor  ti  può. 
Un  delitto  orrendo. . .  atroce. . . 
Compier  vuoi. . . 
Mon.  Che? 
Mat.  Tutto  io  so. 

Richelieu  fra  pooo  al  suolo 
Di  tua  man  cadrà  trafitto. 
Mon.    Richelieu  ?  . .  Non  basta  ei  solo. . . 

Altri  ancor  con  lui  morrà. 
Mat.    Fia  più  grande  il  tuo  delitto  ; 
Ah!  di  lor. . .  di  me  pietà. . . 
(con  voce  supplichevole  a  Montgeron,  ca- 
dendogli ai  piedi). 
Ah  s' io  non  valgo  a  spegnere 
L'ira  che  t'arde  in  seno. . . 
Padre  tu  sei...  rammentalo... 
Pietà  del  figlio  almeno  ! 


44 

Pegno  prezioso  ed  unico 

Ei  fu  del  nostro  affetto  ; 

Fa  ch'ei  non  sia  costretto 

Il  padre  a  maledir! 
Mon.  (con  ira). 

Non  è  pel  figlio  o  perfida 

Che  tu  clemenza  implori; 

Ma  per  l'infame  complice 

De'  tuoi  nefandi  amori. 
Mirando  le  tue  lagrime 

Crescer  lo  sdegno  io  sento  ; 

La  man  reprimo  a  stento 

Che  anela  di  ferir. 
(fa  per  allontanarsi). 
Va. . .  lasciami. . .  fuggi. . . 
Mat.  No...  conte,  d'affanno 

Morrò. .. 

Mon.         Sconsigliata  !  Dal  tempio,  già  vedi , 

Or  muove  il  corteggio. . . 
Mat.  Ti  placa. . .  Deh  !  cedi. . . 

Mon.  (minaccioso). 

Oh  bada  a  te  stessa  (da  sè)  (Momento  fatai!). 

(fa  un  cenno  a  Bassompierre,  che  finora 
era  rimasto  in  disparte). 

Olà  ! . .  questa  donna  trascinasi  altrore. . . 
Mat.    Ahi  lassa!  Soccorso! 
Bas.  (afferrandola).  Resister  non  vai  ! 

(Montgeron  disperato  minaccia  Matilde 
col  suo  pughale.  In  questo  punto  escono 
dal  tempio  alcuni  popolani  e  soldati). 


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SCENA  ULTIMA, 

Popolo,  Guardie,  indi  Rielielieu,  <«  forgio 

con  seguito  di  Cavalieri  e  Soldati,  che  escono 
dalla  Cattedrale.  A  suo  tempo  Sofìa  e  Luigi 

dalla  destra. 

Mat.  (mandando  un  grido). 
Aita  ! 

Coro.         Che  avvenne?..  Col  ferro  sguainato 
Su  femmina  imbelle?  —  S'arresti  il  codardo! 

Mon.    (Mi  manca  l'ardire. . .) 

Coro.  Chi  sei..  .  sciagurato? 

Palesa  il  tuo  nome! 

Mon.  (Più  regger  non  so). 

Ric.  (avanzandosi). 

Ch'  io  vegga...  «  È  ben  desso...  o  s' illuse  lo 

sguardo?. .» 

È  desso  !  —  L'infame  sfuggirmi  non  'può. 
(In  questo  mentre  entrano  Sofia  e  Luigi, 

Giorgio  è  al  fianco  di  Matilde,  Richelieu 

domina  la  scena). 
Ric.  (a  Montgeron). 

Non  ti  bastava  —  dunque  il  veleno 

Che  alla  consorte,  empio  —  hai  temprato! 

Or  della  misera  —  l'inerme  seno 

Col  tuo  pugnale  —  minacci  ancor  ! 
Qui. . .  presso  il  tempio  —  o  sciagurato. . . 

Sì  reo  delitto  —  compier  tentasti  ! 

Da  queste  soglie  —  che  profanasti 

Già  sorge  un  grido  —  vendicator. 
Mon,  (da  sè). 


(Oh  !  mia  vergogna  !  —  Tutto  m'  accusa  ; 

Dal  ciel,  dagli  uomini,  —  son  condannato 

Vorrei  scolparmi,  —  nè  trovo  scusa. . . 

Sul  labbro  il  detto  —  vacilla  e  muor. . . 
Morir  io  debbo  —  ma  invendicato  ! 

E  i  vili  esultano  —  della  mia  sorte! 

Ali!  quest'idea,  —  peggior  di  morte..  . 

M'opprime  l'alma  —  mi  strazia  il  cor  !). 
Gior.  (a  Matilde), 

Fa  core,  o  donna,  —  qui  in  tua  difesa 

Il  ciel  ne  addusse;  —  t'è  Giorgio  a  lato. 

Oh,  non  temere  !  —  recarti  offesa 

Non  può  la  rabbia  —  del  traditor. 
Un'altra  volta  —  mi  dona  il  fato, 

Sventar  dell'empio  —  l'iniqua  trama. 

Iddio  concesse  —  all'uom  che  t'ama, 

Suprema  gioia!  —  salvarti  ancor  ! 
Màt.  {riavendosi). 

La  fronte  oppressa  —  levar  non  oso. . . 

Salvate  o  Giorgio  —  lo  sventurato. . , 

Ei  fu  colpevole  —  ma  pur  m'è  sposo... 

Cielo  !  Il  patibolo  !  —  fremo  d'orror  ! 
Non  cada  l'onta  —  del  suo  peccalo 

Sul  figlio,  ahi  lassa  !  —  sul  figlio  mio./ 

Io  gli  perdono  —  voi  pur,  com'io, 

Deh  perdonate  —  clementi  aucor. 
Sof.  (a  Giorgio). 

Forse, ..  (in  pensarvi  —  d'orrore  io  fremo) 

Eri  dall'empio  —  tu  pur  segnato. . . 

Ma  nell'istante  —  fatai,  supremo 

Dio  ti  protesse  —  sei  salvo  ancor  ! 
Dunque  l'infame  —  lo  sciagurato 

Gii  sdegni  antichi  —  non  scordò  mai  ! 


I  suoi  delitti  —  già  furo  assai  ; 
Lo  colse  il  Nume  —  vendicatori 
Bas.     Oh  !  sua  vergogna  !  —  tutto  l'accusa  ; 

Dal  ciel,  dagli  uomini  —  è  condannato 
Vorrà  scolparsi  —  ma  non  ha  scusa 
Sul  labbro  il  detto  —  vacilla  e  muor. 

Morir  ei  debbe  —  ma  invendicato  ! 
E  i  vili  esultano  —  della  sua  sorte  t 
Ah,  quest'idea  —  peggior  di  morte... 
Gli  opprime  l'alma  —  gli  strazia  il  cor! 
Lui.  Coro. 

Qui  fra  le  feste  —  fra  i  lieti  canti, 
Vicino  al  tempio  —  nel  dì  sacrato, 
Un  suon  confuso  —  di  preci  e  pianti , 
Grida,  minacce  — -  ne  giunse  al  cor. 

Quest'uom  trovammo  —  col  ferro  alzato: 
Essa  prostrata  —  egra...  smarrita... 
Mercè  chiedeva  —  chiedeva  aita, 
Indarno  al  perfido  —  al  traditor. 
Ric.  (con  solennità,  volgendosi  agli  astanti). 

Cavalieri,,  signori, 

Or  qui  tutti  m'udite.  E  questi  il  vile 
Conte  di  Montgeron,  che,  or  volge  un  lustro 
Avvelenava  la  consorte...  i  nostri 
Giorni  insidiava,  e  della  Francia  intera 
Meditava  l'eccidio.  Io  n'ho  le  prove 
Secure.  Guardie  a  voi  l'affido. . . 

Mat.  Dio» 
Ministro. . .  grazia. . .  ah  no  ! .  . 

Ric.  (freddamente).  Punir  degg'io. 

Ric.  Coro.  Alla  Bastiglia  or  traggasi 
Costui. . . 

Mat.  Sof.  Gior.  Bas.  Ciel  ! 


48 

Mon.  (sciogliendosi  dalle  guardie). 

No  :  giammai  ! 
(a  Richelieu)  Fredda  una  spoglia  esanime 
In  tuo  potere  avrai. . . 
Non  Montgeron  !  (si  trafigge  col  pu- 
gnale). 

Mat.  (accorrendo).  Arrestati. . . 

Gior.  (trattenendola). 

È  spento! 
Coro.  Quale  orror! 

Ric.     Eterna  a  lui  l'infamia! 
Mat.  (con  disperazione). 

Eterno  il  mio. . .  dolor  ! 

(Matilde  cade  svenuta  nelle  braccia  di 
Giorgio  —  Quadro  generale). 


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